lunedì 21 ottobre 2013

Taormina, la diva del Mediterraneo - il teaser


Era la prima volta che sentivo parlare di teaser. E' una parola inglese, sta per attrattore. Google lo traduce come occhiolino, il che applicato ad una trailer video può assumere tutta una serie di connotati adeguati alla descrizione della lunga e spesso complessa produzione di un documentario.

Quando l'amico Maurizio Andreanò, della Contanima Edizioni, mi propone di realizzare un piccolo teaser partendo dalle immagini girate insieme a Taormina l'estate scorsa, in occasione del Taormina Film Fest, accolgo con entusiasmo l'idea.

Il filmato sarebbe stato proiettato il 5 ottobre 2013 nel San Domenico Palace Hotel di Taormina, durante la presentazione del libro "Governo del Territorio e Dottrina Sociale della Chiesa in Architettura, Urbanistica, Ambiente e Paesaggio" di Cesare Capitti, edito dalla Qanat,

L'idea era quella di un trailer di una quindicina di minuti che lasciasse intendere dell'esistenza di un vero documentario, al di là da venire, dedicato alla città di Taormina. Al momento, quando Maurizio mi chiede anche se ho un'idea del titolo del teaser, non sapevo proprio quale dargli. Avevo un sentimento ben definito su Taormina, nato dall'esperienza vissuta di recente là, ma per assegnargli delle parole-emblema occorreva un po' di elaborazione.

A Taormina avevo girato e montato alcuni servizi video sul festival, grazie anche alla valente collaborazione di Angella Failla, giornalista glamour di Blogtaormina. In questo modo abbiamo assaggiato gli effetti della sinergia che è alla base del progetto DocNewsCAST, applicata al terreno della produzione locale.

Vien da sè che mi son ritrovato a respirare l'aria dell'ambiente dello star system per pochi ma intensi giorni, sullo sfondo di una Taormina effigiata con il teatro greco sulla spettacolare baia di Naxos. L'antica vocazione turistica, dalla Magna Grecia in poi, passando per il Gran Tour e La Dolce Vita hollywoodiana del secolo scorso, veniva confermata ancora una volta con la kermesse di quest'anno targata Agnus Dei e la consueta moltitudine umana del turismo di massa nonostante la "crisi".

Poi abbiamo incontrato anche l'amore di certi taorminesi che si stanno chiedendo: sì, va bene, ma  ora dove stiamo andando? Ci stiamo allonando troppo dallo spirito delle origini? Insomma, qual'è o cos'è ancora la vera anima di Taormina?

Questi taorminesi sono coloro che hanno voluto esporsi e dare voce a questa ricerca prestandosi alle interviste che il teaser contiene. Tutte personalità che vivono nell'area di Taormina o lavorano nell'ambito della cultura locale e nazionale. Inoltre il Comune ci aveva concesso il proprio patrocinio.

Ebbene, il mio sentimento era emerso:
  • dal suo passato arcaico, 
  • dall'intreccio con un presente dominato dal pensiero unico e decadente, 
  • dallo splendore naturale di questa perla del Mediterraneo, 
  • dalla sua internazionalità,
  • dal connubio felice e produttivo di cultura e turismo; 
  • dall'incontro della copertura dei mass media, 
sacralizzando l'evento con la presenza dei divi, le stars che si concedono benevoli all'ospitatilità dalla prima diva, proprio lei, Taormina!

Ecco quindi il giorno dopo il titolo del teaser: Taormina, la diva del Mediterraneo.

Però mi si presentava un problema. Come fare un trailer di un film che ancora non c'è? Problema insormontabile se mi ci fossi messo a pensare. Il fatto è che, dopo lunga preparazione, ho iniziato a lavorare, lasciandomi assorbire piacevolmente dal vortice energetico che il soggetto germinale conteneva. Ed è stato come un tunnel, durato qualche giorno e qualche notte. Il parto accaduto all'uscita del tunnel ha visto la generazione del filmato, quello che poi è stato proiettato.

Il fatto che la sua durata superasse abbondantemente i quindici minuti previsti sembrava che non rappresentasse un problema per il programma della presentazione, anzi. Il fatto poi che i minuti sono oltre quaranta, anche questo non appariva così inadeguato per un trailer. Certo, perché il nostro è un teaser, non un traleir!

Mi chiedo, comunque, se quello che poi si è rivelato essere un lavorone è e rimane soltanto un teaser, allora a cosa lancia esattamente l'occhiolino? Le capacità organizzative dimostrate da Maurizio Andreanò e Stefania Patti in occasione di questa presentazione sono state superbe e lasciano aperte ampie prospettive di attesa.

La proiezione è stata un successo! Devo ringraziare tutti coloro che hanno espresso il grande apprezzamento per l'opera, in particolare Cettina Rizzo e Mario Bolognari, che con affetto hanno voluto darmi dei meriti che, se non fosse stato grazie anche alla lora appassionata partecipazione, non avrebbero potuto esprimersi in modo così compiuto. 


taormina la diva del mediterraneo
Qui e qui la notizia.

domenica 20 ottobre 2013

Buon viaggio, Enrico!

Enrico Giardino


Se esiste un paradiso degli utopisti è là che incontreremo di nuovo Enrico Giardino. Nessun dubbio su questo; sempre che riusciremo anche noi ad arrivare alle vette di coerenza necessarie ad entrarvi, cosa tutt'altro che scontata quando ricordiamo la vita di Enrico.

Egli ha rappresentato un esempio di impegno cosciente continuo, nel sociale così come nella famiglia. Ha dimostrato di avere fiducia e coraggio incrollabili nel credere, fino all'ultimo, ad un cambiamento risolutivo del sistema, che fosse basato sui valori di giustizia e legalità, insiti nello spirito fondante della Costituzione, che ha sempre difeso fermamente contro chi voleva mutilarlo.

Un uomo buono, speciale, con qualità rare. Umiltà e consapevolezza, quelle che saltavano agli occhi; la sua ampia intelligenza che spaziava da un mondo all'altro, cogliendone relazioni e leggi. Una personalità preziosa che ha saputo ben conciliare, con logica interdiciplinare, la sua conoscenza tecnica con una sensibilità umanistica di pregio, fino ad occuparsi attivamente di questioni giuridiche. Interlocutore importante ma scomodo per molti politici e uomini di cultura, della stessa sinistra, a causa di un'onestà intellettuale integerrima, così grande da imbarazzare.

domenica 15 settembre 2013

Luigi Ontani narcisista?

Ho visto il film (clicca qui per vederlo)
Mi sembra fatto molto bene, mi è piaciuto, ma credo che, nonostante la presenza di Barilli sia notevole, manchi la parte critica rispetto al narcisismo quasi inquietante che lui propone. È un lato molto forte e sarebbe stato interessante provare a leggerlo anche con altri referenti.
Ciao. Lella.
Il narcisismo di Ontani?

Da un punto di vista di critica artistica, la sua opera parla molto chiaro: il suo narcisismo non è "quasi" ma "assolutamente" inquietante. E' il TRIONFO del narcisismo. E' l'incarnazione stessa del narcisismo! L'avatar del narcisismo.

Un narcisismo così narcisista che lui è il primo a prendersi gioco di se stesso, del suo narcisismo e del suo infantilismo egocentrico, la cui crescita s'è arrestata più o meno sui tre anni d'età.

La sua intelligenza, senz'altro di molto oltre la media, ha sfruttato benissimo questo aspetto.
E, devo dire, che è stata proprio la sua intelligenza che mi è piaciuta. Scusa, l'immodestia, ma è stata l'intelligenza che ci ha permesso di avere un contatto personale immediato di reciproco apprezzamento.

E' così palese il fenomeno, che accusare di narcisismo Ontani e la sua opera, significa rischiare di cadere nell'ASSOLUTA BANALITA', dal momento che il narcisismo rappresenta la pietra fondante del suo lavoro.

Un narcisismo così sistematico che lui stesso si presenta ed è accettato come Opera d'Arte.
Qualsiasi cosa realizzi, qualsiasi oggetto che firmi, qualsiasi posa, anche la più sciocca e insulsa, che assuma, immortalata in un'immagine, si trasforma in oggetto che acquista una valenza inserita automaticamente e perfettamente nel suo discorso artistico.
Quando ti saluta, lui non dice "buongiorno", "ciao" o "come stai".
Il suo saluto, sempre ed vunque è "Viva l'Arte!"

Se l'Arte è lo specchio dei tempi, lui rispecchia perfettamente il nostro momento storico, narcisistiamente altrettanto inquietante. Anzi lui rispecchia benissimo il momento storico appena trascorso, perché secondo me siamo ormai oltre.
Io credo che un critico d'arte che poteva "criticare" questo tipo di narcisismo, restando entro l'alveolo del discorso artistico, non esista, perché dovrebbe affrontare il tema di cosa sia l'Arte in se stessa. Cosa che un critico d'arte, ufficiale e riconosciuto accademicamente, si guarda bene dal fare.

Primo perché ha perso lui stesso le coordinate assolute dell'Arte; secondo, perché gli toccherebbe andare troppo controcorrente, fino a mettere in discussione il sistema dell'arte contemporanea, visto che Ontani è quotatissimo. Ontani, non so se lo sai, è stato dichiarato artista dell'anno 2013.
Diverso sarebbe se la critica al suo narcisismo fosse venuta da un'antropologo o uno psicoanalista. Allora, sì, che ci sarebbe stato da dire! Ma in questo caso sarei andato decisamente oltre e avrei sconfinato in un territorio extra-arte, per arrivare decisamente ad un discorso di pura patologia mentale, non accettabile per il contesto in cui doveva essere inserito il documentario dedicato a lui.

Ennesima prova che non esiste una vera e assoluta patologia mentale, quando questa si inserisce in maniera funzionale in una struttura sociale che gli dia un senso e un significato che conferma il sistema.
E' il motivo per cui una volta gli stregoni delle società etnologiche avevano un ruolo prioritario, ma oggi, qui da noi, si darebbe loro l'immediato Trattamento Sanitario Obbligatorio.

Tu pensa che, durante le rirese, gli ho lasciato il microfono sempre acceso. Ebbene ho raccolto ore e ore e ore del suo parlato. Lui è capace di parlare per giorni interi senza mai stancarsi di riferirsi alla sua storia o alla sua persona, sempre comunque rimanendo interessante, perfettamente logico e intelligibile.

Come dice il suo amico e poeta Valentino Zeichen, un grande pioniere della body-art e dell'arte concettuale.
Insomma è uno che non ci fa. Lui interiormente ed esteriormente è proprio così come lo vedi!
Così come si esprme con le sue opere.

Per questo, alla fine, non ho potuto fare altro che piacermi come persona.
Un vero gentle man!

martedì 30 aprile 2013

I festival della cultura


C'è stato un momento, intorno all'anno 2000, in cui la cultura è entrata decisamente a far parte del mercato delle merci. Fino ad allora "la cultura" aveva conservato più o meno una denotazione privilegiata, caratteristica di una certa qualità superiore rispetto agli altri ambiti del sociale. Mi riferisco alla Cultura, quella con la C maiuscola, la Kultur nel significato dato dall'idealismo tedesco, che contribuiva una volta alla capacità per i singoli soggetti di leggere efficacemente la realtà, dando loro uno valido strumento in più di autodeterminazione, in confronto alla massa ignorante. Con l'avvento della globalizzazione questo strumento ha perso tale posizione ed ha cominciato ad essere considerata una merce alla stregua di tutte le altre merci realizzate dal mondo della produzione industrale.

Esiste una duplice lettura di questo fenomeno. La prima rientra nell'ambito politico-economico ed è relativamente semplice afferrarla, la seconda lettura è di tipo antropologico culturale e ancora oggi si stenta a comprenderla a fondo, perché in generale non si è ancora colto il senso della cultura così come la concepisce l'antropologia, ovvero come quel sistema complesso di segni e significati, intrinsecamente omogeneo e sincronico al suo interno, che caratterizza una certa popolazione umana.

Prima lettura.

Si ricorderà che ad un certo momento della fine del secolo scorso, eravamo alla fine degli anni Ottanta, ci fu la polemica sull'opportunità o meno di interrompere le pellicole cinematografiche trasmesse in televisione con la pubblicità. Celebre a questo proposito fu lo scambio di vedute sui giornali tra Giulio Andreotti e Federico Fellini. Il berlusconismo era entrato di prepotenza nella società italiana ed aveva ormai reso quasi naturale che un'azienda televisiva, pur occupando un ruolo delicato e strategico del sociale, quello della comunicazione, non poteva fare a meno di avvalersi del contributo economico pubblicitario per il proprio sostentamento. Quindi non si potevano fare eccezioni. Anche i film di un certo tenore artistico non potevano esimersi dal fare da traino agli ascolti misurati dall'Auditel. Assolutamente inutile fu il tentativo di Fellini di ribellarsi contro questa tendenza e alla fine dovette cedere, anche perché i film che egli aveva realizzato non erano certo di sua proprietà. Lui ne era l'autore, ovvero il detentore della proprietà intellettuale, ma i diritti di utilizzazione erano della casa di produzione che li aveva resi possibili.

In quello stesso periodo si percepì chiaramente che il potere dell'immagine stava ormai superando nettamente quello del testo scritto. Un'immagine, si diceva, vale quanto mille parole. Probabilmente proprio sull'onda del raffinamento tecnico dell'espressione pubblicitaria, si comprese che gli spot promozionali erano molto più efficaci di qualunque articolo di fondo ed arrivavano a colpire un pubblico molto più esteso. Anche qui fu inutile le considerazione portata avanti da alcuni intellettuali che facevano presente quanto, con il linguaggio delle immagini, si rinunciasse a quelle possibilità analitico-riflessive proprie solo grazie al testo scritto, con ovvie conseguenze sul piano delle possibilità della manipolazione mentale nei confronti del pubblico.

Inoltre, sempre negli stessi anni, si stava attuando la cosiddetta rivoluzione digitale, attraverso la quale era ormai possibile contenere sullo stesso supporto materiale, l'hardware, qualsiasi tipo di contenuto, sia testuale, sia sonoro, sia visivo. Si andava quindi accentuando il potere delle società informatiche rispetto a quei settori commerciali che avevano occupato fino allora porzioni circoscritte del mercato, la carta per il testo, il vinile e le audiocassete per la musica, la pellicola e le videocassette per le immagini. Il digitale era in grado di trasporre tutto in linguaggio binario e restituirlo su un unico supporto, che all'inizio era il compact disc e il dvd, ma poi anche questi sarebbero stati sostituiti dalla rete Internet.

Si tratta di tre aspetti apparentemente separati ma che avvenivano nello stesso momento e rappresentavano chiaramente i sintomi di un unico passaggio epocale che, in estrema sintesi, aveva come conseguenza il fatto la Cultura, stava perdendo il proprio potere e non rappresentava più un pericolo il fatto che questa potesse essere trasferita alla gente. Se prima di allora una massa priva di cultura era essenziale ai detentori del potere, che poteva, sebbene non in ogni caso, tollerare che relativamente pochi ne fossero i portatori, dopo non fu più un problema.

Da qui possiamo comprendere le ragioni delle file sterminate davanti alle mostre d'arte o l'arrivo dei vari festival della letteratura, della poesia, finanche della filosofia. Ormai la cultura era stata riciclata come elemento di trascinamento dell'economia e poteva essere utilizzata per stimolare il commercio. Da allora si strinse una sorta di patto che giustificava il binomio operato dagli operatori pubblici e privati, quello di "turismo e cultura", per esempio, cioè il cosiddetto "turismo culturale", che faceva nascere un nuovo soggetto commerciale, il consumatore culturale. Come si consuma la mortadella così si consumano i quadri di Van Gogh.

Seconda lettura.

Alle considerazione precedenti, che potremmo definire di natura sociologica, si affianca una valutazione più approfondita e sostanziale, resa possibile attraverso la visione antropologico culturale. Non si tratta di una lettura alternativa ma complementare. Il Novecento ha condotto la cultura occidentale a rendersi conto del valore della consapevolezza dell'Io. L'individuo, che nelle epoche precedenti aveva cercato nel mondo esteriore le ragioni della propria esistenza, ora raggiunse la consapevolezza di essere un soggetto cosciente di se stesso. La natura progressiva dell'evoluzione umana era arrivata alla meta finale. Non erano più importanti i contenuti mentali, ma era la capacità coscienziale che li conteneva a determinare il fulcro della possibilità da dare significato alla realtà.

Questa consapevolezza sopraggiunse all'inizio del Novecento. L'Esistenzialismo, che fosse nichilista o meno il suo esito, in questo contesto ha poca importanza, rappresentava uno dei segni di tale risultato. Allora il sistema reagì alle pericolose conseguenze a cui la scopertà di sé come soggetto cosciente poteva condurre, grazie a ciò che sapeva gestire meglio, scatenare la guerra totale. Le due guerre mondiali azzerarono materialmente questo pericolo, così si ebbe il tempo di riorganizzarsi nella nuova società del benessere, con nuovi strumenti di controllo delle masse. Da parte del potere, il Novecento, secolo tristissimo non a caso, poté essere superato abilmente in questo modo.

Conclusione.

Alla fine del secolo, dunque, il rusultato di tutti questi processi, che qui ho sintetizzato assai brevemente, è che ci si poteva pur concedere di rendere gli individui "colti", giacché non risiedeva più in questo ambito il pericolo della rivoluzione sociale. Il consumatore culturale, alla stregua del consumatore di tutti gli altri prodotti, poteva ormai anche illudersi di avere in mano uno strumento utile alla propria esistenza. In realtà era una cultura ridotta ad essere un puro e semplce fiore all'occhiello del proprio narcisismo personale, il cui esito a questo punto era funzionale al potere, che si basa sempre sulla manipolazione delle persone. Eventualmente il terreno di battaglia si trasferì su un piano superiore, quello della coscienza in se stessa, quello della consapevolezza di sé, vuota di qualsiasi contenuto.

In ogni caso, in meno di un ventennio, l'ultimo, anche su questo piano il potere ha creato il mito della new age per svuotare e smontare anche lo strumento della ricerca spirituale. Ma qui andiamo oltre il discorso entro cui volevo limitare questo scritto.

Così, è attraverso questa prospettiva generale che ho letto il fenomeno dei festival culturali, che si è andato affermando nei primi anni dal duemila in poi in Italia.

Intorno al 2005-2006 Rai Educational è stata presente praticamente in quasi tutti i festival culturali realizzati sul territorio italiano. In quel momento ero scritturato come regista consulente e anch'io ne ho seguiti alcuni. La terza edizione del Festival Internazionale della Poesia, tenutosi nella deliziosa città di Parma ne è stato un esempio notevole. Il titolo che diedi alla puntata fu questo: "E un verso vi salverà. Cronache dal granducato della poesia". In cuor mio, tuttavia, sapevo che tale eventuale salvazione poteva forse riguardare i poeti stessi che si cimentavano in questa arte sublime, non certo le migliaia e migliaia di consumatori culturali che vi accorrevano, felici di essere gratificati dal semplice contatto ravvicinato con gli uditori dell'eterna musa ispiratrice.

venerdì 5 aprile 2013

Pound economista


Sento sempre un enorme pudore nel dire qualcosa su Ezra Pound, poeta e intellettuale di statura colossale che ad un certo punto ho incontrato idealmente sulla mia strada solo perché in quel momento mi stavo occupando di economia eterodossa e non tanto perché amante di poesia.

Coincidenza volle che nello stesso periodo conobbi Vittorugo Contino, maestro fotoreporter di chiara fama che frequentò assiduamente Pound durante i suoi ultimi sette anni di vita del poeta e che quindi potè collezionare  a memoria futura i celebri ritratti che hanno immortalato la figura ieratica e profetica del poeta.

Contino mi mise a disposizione l'archivio fotografico delle immagini di Pound e cominciai ad affrontare la difficile lettura delle sue opere, così mi accorsi del sottofondo utopistico che le attraversava, legato alla visione della liberazione dell'umanità dal perverso meccanismo usuraio di generazione del denaro.

Oltre al prezioso studio di Giano Accame, "Pound economista", all'epoca, era il 2004, non trovai moltissime altre fonti che approfondivano questo aspetto del poeta. Ovviamente gli studiosi dell'argomento lo conoscevano bene ma la sensazione che ebbi era che, soprattutto tra i critici letterari più accreditati, ci fosse una tendenza ad accantonare le idee economiche di Ezra Pound, quando non c'era addirittura un esplicito giudizio di bizzarria nell'essersi voluto accanire contro la politica monetaria della nostra epoca.

martedì 2 aprile 2013

NGABEN - cerimonia di cremazione



Alla fine del 2008 a Bali ci siamo trovati coinvolti nei preparativi di una cerimonia gigantesca di cui nessuno ci aveva mai parlato. Cominciarono ad affluire nel nostro spazio quotidiano centinaia di balinesi con i loro vestiti tradizionali, impegnati per molti giorni in un complesso rituale di cui lentamente ci siamo resi conto del significato.

Si faceva fatica a seguire l'estenuante ritmo delle cerimonie. Quasi nessuno parlava inglese e quei pochi che lo masticavano non erano in grado di spiegarci molto. Ma la magnificenza dello spettacolo colorato che ogni giorno si presentava ai nostri occhi ci ha attratto pian piano nel suo vortice, fino a decidere di volerlo immortalare con la telecamera.

Per fortuna c'era anche un operatore di BaliTv, la televisione locale, che aveva seguito gli eventi rituali fin dall'inizio e che mi ha consentito di avere del materiale con un capo e una coda e dunque di essere in grado alla fine di montarlo con una logica accettabile per la descrizione.

giovedì 21 marzo 2013

Fellini e gli archetipi

Che Federico Fellini sia stato un grande regista visionario è qualcosa di riconosciuto universalmente.

Che abbia avuto rapporti diretti con la psicoanalisi è meno noto ma comunque vero e documentato. Il suo rapporto con il maestro junghiano Ernst Bernard è testimoniato non solo dalle cronache dell'epoca ma anche dalla sua attenzione quasi maniacale ai sogni, che lui annotava quotidianamente attraverso i disegni. Negli anni Sessanta  a Roma c'era solo Bernard che operava in questo ambito.

Inoltre la testimonianza che Mario Trevi, illustre allievo di Bernard, ci ha dato nel nostro lavoro "Imago, l'immaginario di Federico Fellini", quando ci racconta che incontrava spesso Fellini nella sala d'attesa di Bernard e quando soprattutto ci narra del suo rapporto di "amicizia terapeutica" con il regista, durato alcuni anni, conferma la conoscenza approfondita che fellini aveva delle categorie psicoanalitiche junghiane.

Ma che Fellini avesse un'acuta sensibilità, quasi dolorosa e difficile da sostenere nella vita quotidiana, con le dimensioni archetipiche dell'inconscio collettivo. questo è un discorso che pochi hanno affrontato e che nel documentario Imago rappresenta invece la tesi centrale di tutto il lavoro.

mercoledì 13 marzo 2013

Su Questa Pietra

Ci fu il caso nel 2006 quando mi fu chiesto di occuparmi di architettura sacra. La struttura Magazzini Einstein di Rai Educational per non so quali motivi volle produrre un documentario sui nuovi edifici che la Chiesa Cattolica commissionò in occasione del grande giubileo dell'anno 2000.

Probabilmente il motivo principale era la presenza di alcuni grandi architetti di fama internazionale che a Roma sigillarono il loro forte intervento nella costruzione di grandi chiese dall'aspetto avveniristico.

Il più importante ed illustre è stato certamente Richard Meier che con la sua chiesa di Dio Padre Misericordioso, detta delle Vele, ha voluto riqualificare uno dei quartieri più disagiati della capitale, Tor Tre Teste. Un altro quartiere nobilitato dalla suggestione formale dell'architettura contemporanea è stato quello della Magliana, con il progetto di Piero Sartogo per la grande chiesa del Santo Volto di Gesù, caratterizzata da una cupola piuttosto arabeggiante e il grande occhio di vetro della vetrata, collocata dietro ciò che dovrebbe essere l'altare. Del tutto fantascientifica, poi, la visione dello studio Molé, con la sua sfera di cemento e la struttura metallica che la circonda, posizionata nel cuore di Torrevecchia, altro quartiere alveare di Roma.

sabato 2 marzo 2013

Psicologia del profondo in Imago

Ho appena saputo che Imago, l'immaginario di Federico Fellini, il documentario prodotto nel 2003, sarà proiettato nell'ambito del Bari International Film Festival (BIFeST). Quest'anno ricorre il ventesimo anniversario della morte del regista e stiamo per essere letteralmente sommersi da opere documentarie che ripropongono l'attività di Fellini, ognuna che propone il suo punto di vista.

Mi sembra giusto. Di questi tempi non capita spesso poter celebrare un assoluto genio creativo italiano contemporaneo.

Senza nulla voler togliere al lavoro di altri, in ogni caso dubito che esista una ricerca come la nostra sull'immaginario felliniano. Senza mai esserci fatti distrarre dalle curiosità aneddottiche o dagli aspetti cronicistici dell'epoca, IMAGO è fortemente incentrato su una lettura spirituale e psicoanalitica della creatività di Fellini.

giovedì 28 febbraio 2013

Il servizio breve

E' più manipolato un prodotto audiovisivo della durata di un'ora o uno di 3 minuti? Intendo a parità di argomento e di contenuti. Verrebbe immediatamente da rispondere quello breve. In quest'ultimo infatti è molto più concentrato ed intenso il lavoro di editing da affrontare con tagli cortissimi che restituiscno una velocità da videoclip.

In realtà entrambi portano con sé una forte manipolazione delle immagini. C'è poco da fare, la manipolazione è sempre presente, come in qualsiasi prodotto.

lunedì 25 febbraio 2013

L'economista eterodosso

Un particolare curioso della produzione del documentario su Ezra Pound, a Baby in the Woods, del 2005, è stato al momento della scrittura dei sottopancia.

Si tratta dei nomi e delle definizioni dei ruoli delle persone intervistate, un tipico lavoro di post-produzione, quando si ultimano i dettagli, soprattutto di tipo grafico, del lavoro.
Ebbene, nel documentario l'interlocutore che ha raccontato soprattutto l'aspetto controverso del pensiero economico di Pound, è stato Domenico De Simone, che al pari di Pound si rifà alle tesi dell'economista Silvio Gesell.

Quando chiesi a Domenico cosa avrei dovuto scrivere accanto al nome del suo sottopancia, egli mi rispose subito "Economista eterodosso". Sul momento rimasi perplesso. Non avevo mai letto da nessuna parte una definizione del genere, tantomeno in un sottopancia.

mercoledì 13 febbraio 2013

Filmare l'invisibile

Resta per me una sfida permanente quella di credere e constatare che la realtà, almeno quella più significativa, sia invisibile, ovvero nascosta al di là dei nostri comuni cinque sensi, in primis la vista, dal momento che è oltre la possibilità di vederla con gli occhi fisici.
Ritrovarmi a fare il mestiere del documentarista, che si basa per lo più sulla rappresentazione dell'immagine, è senz'altro un prodromo sicuro di una condizione che è intrinsecamente abbastanza frustrante. Il documentario vuole essere uno strumento per far vedere la realtà che si vede, per me tuttavia non è questo tipo di realtà quella che mi attrae maggiormente.

La prendo, appunto, come una sfida. In fondo l'Arte, quella con la A maiuscola, ha sempre cercato di esprimere qualcosa che può essere solo indicato ma mai dichiaratamente rappresentato.

mercoledì 6 febbraio 2013

Michelangelo Pistoletto

Nel 2011 mi furono commissionati da Rai Educational tre documentari su tre grandi nomi dell'arte contemporanea italiana, ma per la fama che li caratterizza, possiamo anche dire internazionale: Michelangelo Pistoletto, Luigi Ontani e Mimmo Paladino.

Si trattava di un grosso impegno produttivo, circoscritto in un arco temporale piuttosto limitato, e anche di una grande sfida sul piano tecnico, visto che il budget che avevo a disposizione non consentiva di fare granché. Accolsi comunque con grande entusiasmo l'impresa, sebbene, devo confessarlo, non sono un grande estimatore dell'arte contemporanea.

Reputo l'arte contemporanea preda di logiche commerciali, in mano a soggetti interessati più all'aspetto finanziario che altro. Attraverso il circuito costituito dalle figure del critico d'arte, del collezionista e dell'espositore, nella quale rientrano i grandi musei realizzati negli ultimi dieci anni all'interno della prospettiva estetica e politica della globalizzazione, l'artista risulta spesso essere l'ultima figura, manipolata e stritolata da una dinamica speculativa che ben poco a che fare con la vera creatività.

giovedì 24 gennaio 2013

La Fonte Balinese




Il seguente è un articolo, tratto dal soggetto, per approfondire la presentazione del documentario sulle pagine di BlogTaormina.

Storia di Bali

L'arcipelago indonesiano costituisce la più grande nazione islamica del mondo, composto da oltre 17.000 isole. Bali è l'unica con una cultura prevalentemente induista.

L'Indonesia rimase essenzialmente sotto l'influenza induista di Java fino al XV secolo. Quando l'Islam si insediò a Java, il regno dei Majapahit si dissolse e molti uomini di cultura si trasferirono a Bali: tra questi molti sacerdoti che si ritiene siano stati gli iniziatori dei complessi rituali della religione balinese. Anche gli artisti, i danzatori e i musicisti giavanesi cercarono rifugio a Bali e l'isola visse da allora un intenso periodo di fervente attività culturale che perdura fino ad oggi.



Bali è la sede di una cultura armoniosamente sincretica che, su un fondo fortemente intriso dai colori della cosmologia indiana, trae ispirazione dal contatto avuto in passato con la filosofia taoista cinese e oggi con la cultura islamica ed occidentale. Una sintesi creativa di antico e moderno.

E' chiamata L'isola degli Dei,

lunedì 21 gennaio 2013

Bali, il mercato delle copie artistiche

Lo scienziato dello spirito Rudolf Steiner dice che la differenza tra noi umani e gli animali è che per gli animali ogni specie ha uno spirito di gruppo, che accomuna tutti i suoi membri ed a cui partecipano come fossero, appunto, un solo essere. Ecco per esempio il motivo delle meravigliose evoluzioni sincroniche di uno stormo d'uccelli. Rigurdo gli esseri umani, invece, ogni membro partecipa di uno spirito individuale, come se ogni persona costituisse una specie a sé, identificabile attraverso la sua unica ed irripetibile biografia.

Questo paragone lo riporto per parlare dei documentaristi.

Ogni autore fa parte di una specie a sé ed è impossibile parlare di uno stile specifico che possa accomunare tutti i documentaristi. Ognuno ha il suo, acquisito attraverso le esperienze di vita e la sua specifica sensibilità estetica. E' vero poi che si può delineare genericamente uno stile comune a differenti autori, ma nello specifico ogni vero autore propone un discorso contenutistico ed estetico autonomo a se stante.

venerdì 18 gennaio 2013

La buona nascita

E' un'esperienza frequentissima che di tutti i progetti che un autore concepisce e di cui scrive il soggetto, solo una piccolissima percentuale riesce poi a portare a termine. Anzi, direi che è una cosa ovvia, visto che non è tanto la bontà di un'idea a fare da traino, benché questa potrebbe aiutare, ma le condizioni e le circostanze presenti che rendono possibile la produzione. Cosa tutt'altro che semplice.
Purtroppo accade spesso che ci si arrischia anche a iniziare la realizzazione di un documentario senza essersi assicurati che tutte le voci della produzione siano coperte e poi si debba interromperla perché di fatto le circostanze ne rendono non conveniente o impossibile la realizzazione. Sono i cosiddetti "aborti" o, almeno io li chiamo così.

A me succede di frequente che, pur di evitare di far abortire definitivamente un progetto iniziato, lo rimando sine die, cioè diciamo ad un momento successivo più felice. A volte, in questi casi, capita però anche di poter modificare il progetto già in fase di lavorazione per cambiarne la natura e la destinazione. Così invece di un aborto totale si ha almeno il parto di un topolino, che senz'altro è meglio di niente o addirittura meglio in assoluto.

E' stato il caso di quando nel 2010

venerdì 11 gennaio 2013

La produzione esterna

Vecchio logo di Rai Educational
Ho cominciato ad occuparmi di regia video alla fine degli negli anni '90 cercando di estendere l'esperienza acquisita in tanti anni di radio e trasponendola nel mondo dell'immagine. E' stato un processo del tutto autonomo, nel senso che non ho avuto insegnanti o mentori, né ho partecipato a corsi di formazione. Sono quindi completamente autodidatta. Ho cominciato a realizzare i primi semplici video girandoli e montandoli da solo, affinando la tecnica man mano che procedevo. L'esperienza della regia video è andata avanti perciò insieme a quella del montaggio e della produzione.

I documentari più importanti che ho realizzato sono quelli che ho anche prodotto. E' accaduto nell'arco di tre anni dal 2003 al 2005, quando si son create le giuste condizioni. Solo nel 2006 poi sono stato scritturato dalla Rai come regista video, cosa che in qualche modo ha ufficializzato il nuovo status professionale dopo quello radiofonico. A quel punto ho potuto fare i conti con una vero e proprio organismo produttivo che non dipendeva dalle mie scelte. Di questa esperienza posso dare due giudizi del tutto personali: uno positivo, l'altro negativo.

domenica 6 gennaio 2013

L'intervista

Essa ricopre un ruolo fondamentale nel genere di documentari che mi son trovato a realizzare fino ad oggi. Lo spazio che in genere do all'intervista non solo mette in scena i personaggi che hanno a che vedere con il tema scelto, ma la loro testimonianza interpreta anche la funzione di voce guida del filo narrativo.

C'è da dire che nei lavori da me svolti ho quasi sempre avuto la ventura di avere come punto di riferimento formale il modello RAI. Non so veramente se esiste un modello Rai, ma so che ci sono certe determinate condizioni implicite in tale struttura che richiedono che l'opera da mandare in onda abbia sempre una certa immediatezza di fruizione, una comprensibilità di larga scala e non si perda in formalismi fine a se stessi di autocompiacimento.

Vien da sé che l'intervista debba essere svolta sempre rispettando più o meno questi criteri. Poi ormai tutto sta cambiando e anche in Rai ciò che prima non si osava, oggi invece si osa, eccome, dal momento che non si è più bloccati in certe rigidità formali.